Storia di un prigioniero alla macchia, di un diario sottratto e di una traduzione ritrovata

Federica Martellini ci presenta il diario Un prigioniero in fuga. Storia di cinque evasioni (edito da Isuc e Editoriale Umbra, Perugia – Foligno, 2019, a cura di Tommaso Rossi, con la traduzione di Irene Artegiani), che dopo oltre 60 anni dalla prima traduzione ha finalmente visto le stampe e che verrà presentato ad Orvieto il prossimo 6 luglio durante l’evento Lo StamBotto. E’ il racconto, sì, di un’incredibile avventura umana ma anche molto di più. Come scrive Federica “È l’affresco di un Paese, il nostro, in uno dei momenti più drammatici della sua storia, attraversato e ritratto con uno sguardo curioso, attento, ironico anche, e stupito. Ci sono la fame, la fatica, la disillusione, la paura e lo spaesamento, la rabbia e lo sbandamento, ma anche il cuore e il valore di tante persone che anche in quel frangente seppero condividere il pane e il tetto…”. E allora torniamo con Federica al 1943 quando…

Storia di un prigioniero alla macchia, di un diario sottratto e di una traduzione ritrovata

di Federica Martellini, foto di Roberta Lodi

Fra il settembre del 1943 e l’aprile del 1944 l’ufficiale britannico Ian Reid tenne, fra mille difficoltà, un diario del suo avventuroso viaggio in Italia. «Stava allora per iniziare la sua storia, e voleva decisamente registrarla sin dall’ inizio, sotto forma di diario o di giornale», scrive oggi suo figlio Howard nell’introduzione alla prima edizione italiana del libro, che da quel diario prese le mosse.

Ferito in Tunisia e condotto come prigioniero di guerra in Italia, l’armistizio tanto atteso («In pochi riuscivano a capire perché Badoglio, dopo essersi sbarazzato di Mussolini, continuava la guerra a fianco dei tedeschi») lo trovò in un campo di detenzione nei pressi di Modena. Da lì iniziò la sua fuga, in cammino verso sud, attraverso la Toscana, l’Umbria e l’appennino che separa Lazio e Abbruzzo, nel tentativo di raggiungere il fronte e attraversarlo per ricongiungersi all’esercito alleato che si pensava, in quel momento, impegnato in un’avanzata molto più rapida di quella che poi effettivamente fu. Da lì cominciò anche a scrivere il suo diario, su taccuini del campo o in seguito su fogli di fortuna, presi da libri o da quaderni di scuola, nelle case che lo ospitarono, conservato in tasche nascoste, che innumerevoli mani cucirono per lui nella fodera della giacca. Lo perse poi definitivamente, o meglio gli fu sottratto, in occasione della sua ultima cattura nell’aprile del 1944, nei boschi intorno a Tufo, in Abbruzzo.

Col diario non perse però la sua determinazione a lasciare traccia scritta dei suoi mesi di peripezie in Italia, degli incontri, dei volti, dei compagni di viaggio, dei lutti e della generosità e gentilezza dei tanti che lo aiutarono e ospitarono. Durante l’anno successivo, fino alla fine della guerra, detenuto in un campo per ufficiali britannici in Germania, si dedicò quindi alla stesura di un accurato memoriale di quelle vicende, che diede poi alle stampe in Inghilterra subito dopo la guerra, nel 1947 (Prisoner at Large. The Story of Five Escapes).

L’anno seguente, l’8 settembre, si sposò e venne a trascorrere in Italia la sua luna di miele. Portò con sé alcune copie del libro da regalare alle famiglie che lo avevano accolto e aiutato in quei mesi difficili, come segno di riconoscenza.

Il memoriale di Ian Reid è un libro d’avventura, un po’ nel solco di un racconto di Hemingway, ma con un portamento meno spavaldo e più riflessivo. È anche un racconto molto cinematografico, come ha opportunamente sottolineato Claudio Biscarini nella bella presentazione che ha fatto del volume italiano, lo scorso 28 giugno a Perugia. È l’affresco di un Paese, il nostro, in uno dei momenti più drammatici della sua storia, attraversato e ritratto con uno sguardo curioso, attento, ironico anche, e stupito. Ci sono la fame, la fatica, la disillusione, la paura e lo spaesamento, la rabbia e lo sbandamento, ma anche il cuore e il valore di tante persone che anche in quel frangente seppero condividere il pane e il tetto, con una sapienza della vita che è di insegnamento.

C’è un Paese che veniva percorso a piedi, dai contadini come dai fuggiaschi, e di cui per questo si imparava a conoscere sin da piccoli ogni anfratto, grotta o riparo, ogni orizzonte e ogni pezzo di cielo, in cui si era capaci di incontrare e salutare soldati di un esercito indicato per anni come nemico «come compagni di un’avventura comune».

C’è una galleria di personaggi e volti memorabili: il mezzo sorriso irriverente che aleggia sulle labbra di Tom Cokayne e il volto di Ilario, in continua agitazione, con un’espressione sempre mutevole.

Ci sono molti luoghi comuni, naturalmente, a volte, ma non sempre, sbaragliati dall’esperienza. E ci sono delle battute carine, e piene di tenerezza: «Mi sembra di essere l’orso Pooh, incastrato nella porta della tana del coniglio», dice Ian a Tom, mentre tenta di uscire da una fessura scavata nel tramezzo che separa le loro celle, a Chiusi.

Ci sono le case dei nostri nonni, quegli abiti, quelle stanze («Non ho ancora mai visto una poltrona dentro le loro case, né qualsiasi sorta di gabinetto, e ovunque si vedono le magagne causate da vent’anni di fascismo»), quelle tavolate («Una famiglia sterminata mi diede il benvenuto, e sedemmo a mangiare: a tavola eravamo in quindici,»), quell’intercalare («Solo quando un gatto saltava sul tavolo, o uno dei bambini si comportava male, se ne usciva con un “Dio buono! Dio buono!”, in tono basso e profondo»), quei tic, quelle espressioni, quelle scene che tante volte forse ci sono state raccontate, che riconosciamo e in cui, a volte, ci riconosciamo.

C’è un imparare a fronteggiare la vita in circostanze estreme. E c’è anche il tradimento, per pavidità o cattiveria: l’incapacità di imparare a fronteggiare la vita.

C’è l’assassinio di Tom Cokayne, ucciso da un soldato tedesco mentre teneva le mani alzate, a Orvieto, appena fuori Porta Romana, all’imbocco del Salto del Livio. Dopo quel drammatico momento Ian si fermò nelle campagne vicine, al Botto, per circa un mese, ospitato dalle famiglie di Ilario e Pompilio Nulli e in altri casolari del luogo. Un mese dal quale altre storie sono in seguito scaturite.

Così racconta Howard Reid nell’introduzione al volume italiano: «Diciotto anni dopo la morte di papà, nel 2002, ho voluto ripercorrere i suoi passi in preparazione del mio libro Dad’s War. Una volta arrivato a Botto, il paesino fuori Orvieto dove papà aveva trovato rifugio per un mese nel 1943, venni per caso a sapere che il libro, nel 1955, aveva avuto una traduzione italiana, poi mai pubblicata. Roberta Lodi, la nipote di Ilario Nulli, era in possesso di un dattiloscritto della traduzione, accompagnato da una pagina in cui il traduttore annotava, furiosamente, come questa fosse stata deliberatamente bloccata prima dell’uscita. (…) Diversi anni dopo ho ricevuto una email da Francesca, la nipote di Renzo Gulizia, un caro amico di papà, comandante della banda partigiana “Liberty”, cui lui si era unito all’inizio del 1944. Di conseguenza ho presentato Francesca a Roberta Lodi, ed è soprattutto grazie al loro impegno se finalmente siamo arrivati alla pubblicazione in Italia del libro di papà».

Così, specularmente, scriveva qualche giorno fa Roberta Lodi: «Alla morte dello zio Ilario ricevetti in eredità la copia dattiloscritta della traduzione italiana del libro di Ian Reid, tanto gelosamente custodita negli anni dallo zio. Persa ogni notizia di quello che in casa tutti chiamavano “L’inglese”, cominciai la mia ricerca su Ian e scoprii che dopo la sua morte, il figlio Howard aveva ripercorso a piedi il viaggio del padre e aveva pubblicato Dad’s war (Londra, Bantam Press, 2003, NdA). Su un altro libro di Howard trovai una dedica alle figlie e, cercando online, un indirizzo email di una di loro. Le scrissi, presentandomi come la nipote di Ilario; in men che non si dica, Howard mi contattò».

È così che si è compiuto uno di quei piccoli miracoli che talvolta la vita ci regala: quel fugace ma indimenticato incontro di vite nell’Italia in guerra del 1943-44 ha generato altri incontri ai nostri giorni, figli e nipoti hanno finito per trovarsi a vicenda, camminando sulle tracce dei padri e dei nonni. Anche la loro storia è un racconto molto cinematografico. Insieme poi sono riusciti a ricostruire i contorni della misteriosa vicenda che impedì la pubblicazione italiana negli anni Cinquanta, verosimilmente ad opera di quel Cesarino Dall’Oglio, probabile autore della delazione che portò alla cattura di Ian a Tufo, il personaggio contro il quale il primo traduttore del libro Claudio Podiani inveiva nella sua nota del 1955.

Alla presentazione del libro Francesca Gulizia ha raccontato, con voce leggermente tremante, le vicende della brigata “Liberty” guidata da suo nonno Renzo. Una cugina di Roberta Lodi si è commossa, ricordando i racconti dello zio Ilario. Abbiamo visto il dattiloscritto che Roberta ha portato con sé passare di mano in mano, «come un oggetto sacro», ha detto a un certo punto Howard. Forse in qualche modo lo è.

Ian volle dedicare così la prima edizione del suo memoriale: «Questo libro è dedicato alla memoria di Tom Cokayne, e, perché so che a lui farebbe piacere, anche alla gente contadina d’Italia, che ci ha aiutati con generosità e coraggio incrollabili».

In un torrido e assolato pomeriggio di fine giugno ci aggiriamo per il Salto del Livio, cercando di immaginare la fuga di Ian Reid lungo quella scarpata e il luogo come doveva essere allora. Proviamo a ipotizzare il punto dove chi passava di lì cominciò a lasciare una pietra, in memoria di Tom, l’inglese ucciso di cui i tedeschi in un primo momento non permettevano nemmeno di raccogliere il corpo.

Nel suo memoriale Ian scrisse delle strette vie di Orvieto, piene di soldati italiani e tedeschi. Annotò che passarono sotto l’orologio alle 11.30 e possiamo quasi vederlo, mentre alza gli occhi alla Torre del Moro. Erano portati a bordo di una motocicletta, lui nel sidecar e Tom seduto dietro il guidatore. Era una mattina di sole e quindi uscendo da Porta Romana devono aver visto quel giallo oro delle foglie tutt’intorno, che a ogni inizio di ottobre ci incanta passando da lì. Eppure Ian ricordava le «mura grigie della città»: il trauma di quel momento, il dramma della perdita di un’amicizia, di quelle che forse solo in circostanze così estreme possono nascere, dev’essere stato così intenso che nemmeno nel ricordo il nostro tufo giallo ha più potuto brillare.

Chissà, ci chiediamo, se c’è ancora quel noce, dove Ian, nascosto nel fango di un canale, vide una donna avvicinarsi e i suoi quattro figli che si arrampicavano sul tronco per prendere le noci, dove poche parole, sussurrate da una lingua straniera, furono comprese e degli sguardi devono essersi reciprocamente intesi e fidati, dove una mano fu tesa e delle porte si aprirono…

Scendiamo lungo il sentiero stretto che si ricongiunge con la strada principale che porta alla stazione, nessuno lo dice ma tutti, credo, vorremmo tanto che fosse ancora lì quel noce, testimone silenzioso su quella ripa scoscesa, in mezzo agli orti e agli ulivi. Perché se c’è un luogo in cui con tutto il cuore vorremmo poter cercare e trovare la nostra radice e la nostra appartenenza è lì, sotto quel noce.

Sabato 6 luglio al Botto, in occasione di “Lo StramBotto” verrà fatto un omaggio alla memoria degli abitanti del borgo che nel 1943 accolsero e ospitarono Ian Reid e sarà possibile acquistare la prima edizione italiana del libro Un prigioniero in fuga. Storia di cinque evasioni (edito da Isuc e Editoriale Umbra, Perugia – Foligno, 2019, a cura di Tommaso Rossi, con la traduzione di Irene Artegiani), che dopo oltre 60 anni dalla prima traduzione ha finalmente visto le stampe.

 

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